Le campagne si spopolarono per riempire i grandi alveari di cemento delle città. Il mondo cancellava il suo passato in nome del progresso. I due giovani innamorati scesero dalla valle per cominciare una vita nuova: vestiti di seta, serate di ballo, una dispensa sempre colma e dimenticarono volentieri la vita di prima. 

Il bambino dovette abbandonare i suoi amici della fattoria, in cambio di una cameretta piena di peluche vuoti di anima e pieni di illusioni. Le botteghe fecero posto ai supermercati e le fattorie alle grandi industrie, imponendo uno stile di vita improntato al mero consumo. Il mondo abbandonava la sua Terra madre in favore del dio denaro. In quel grande allevamento, le masse di uomini-consumatori lavoravano al giogo dei padroni tra bastoni e carote. Avevano dimenticato la loro vera natura, cancellando così il loro passato. Il giovane vedeva tutto ciò con amarezza, desiderando di tornare sui monti, lontano da quel paese dei balocchi.

Il fanciullo ormai adulto riuscì a trovare un lavoro onesto, che gli permise di pagare un affitto e vivere dignitosamente con la moglie e il figlio. Ogni giorno andava al lavoro con i suoi abiti puliti e ben stirati, in attesa del weekend per una fuga verso le sue amate montagne. Ed era lì, nella casa dei genitori, che con la famiglia trascorrevano i momenti più belli.

Giunta l’ora di tornare in città il figlio faceva sempre i capricci. Amava ruzzolarsi nell’erba e inseguire scoiattoli. Libero e selvaggio. Nella natura scopriva la vita che non conosceva tra i grigi fumi di città, laddove un semplice filo d’erba lottava ogni giorno per emergere dall’asfalto.

Il bambino divenne ragazzo e il ragazzo decise di non seguire le orme paterne. Un giorno fuggì sui monti, nella casa dei nonni, lontano da tutte quelle camicie mai sporche e mai sudate. Non avrebbe lasciato che una scartoffia compilata da qualche omino in giacca e cravatta stabilisse il suo valore.

La sua vita adesso la modellava come il talco e le sue ali nessuno le poteva misurare.

Seduto su un roccione, lassù più in alto del potere e più indietro del progresso, osservava il passato ed il suo povero decesso. Da quel roccione scorse un grande pollaio, con oche e galline, chinate sui mangimi gettati per terra dalle mani del padrone. Le anatre giravano solitarie, nessuno prestava loro attenzione. Nella sua giovane vita il ragazzo si era sentito come in quel recinto, in mezzo ad una massa dedita solo a consumo e all’ingrasso. Un sistema che dava da mangiare ai potenti a scapito dei deboli e degli ingenui. E poi pensò a Signora Culturina, lasciata vagare solitaria come una delle anatre di quel pollaio. Ignorata da tutti.

Ogni giorno vedeva la sua amata madre Terra defraudata delle sue radici, delle sue folte chiome e del suo respiro di vita da quei figli scellerati e pieni del loro ego, ormai anime perdute in una terra di schiavi.Gli esseri umani divoravano tutto come fameliche faine. E così, lentamente periva, Culturina, sotto gli occhi di tutti e in un silenzio assordante.

E nessuno faceva niente.Non capivano che un comodo presente le tagliava le radici.

Arriverà il giorno, pensava il giovane, in cui il figlio prodigo tornerà alla sua Terra e, Signora Culturina, non morirà, è ancora troppo bella per la sua età.

Il ragazzo si alzò e raggiunse la casa dei nonni. Frugando nei polverosi scaffali ritrovò un vecchio album. In una fotografia ingiallita c’erano ritratti i suoi nonni, mentre ballavano una courento. Erano così giovani e belli ma, soprattutto, felici.

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