Quella mattina la giovane donna decise di andare al lavoro con il vestito nuovo che aveva comprato con le amiche nel week-end. Era un abito blu con una profonda scollatura a V come le dive Hollywoodiane degli anni ’50, lungo fino al ginocchio. Mise un paio di scarpe con il tacco basso, si raccolse i capelli in un morbido chignon con alcune ciocche ribelli che le contornavano il viso, una linea di eyeliner, un po’ di mascara e un rossetto color pesca. Aveva un aspetto naturale ma elegante e guardandosi allo specchio si disse che avrebbe dovuto sentirsi sempre così bella. Giunta in ufficio tutte le colleghe le fecero i complimenti e attirò le attenzioni anche degli uomini, che non persero occasione per offrirle un caffè durante le pause. Mentre sbrigava il cumulo di scartoffie che aveva da fare quel giorno, le cadde accidentalmente la penna per terra e si chinò per prenderla. Il capo passò casualmente in quel momento e notando la splendida segretaria e il suo magnifico decolleté, si fiondò a raccoglierla al suo posto. Il capo era un uomo giovane, alto, bello e sportivo. I capelli castano chiari gli ricadevano selvaggi sul viso e quando faceva il gesto con la testa per spostarli all’indietro, si muovevano fluenti e setosi come in una pubblicità di un balsamo per capelli. La donna ringraziò l’uomo che adesso la guardava in maniera seducente. Tutte le segretarie subivano il suo fascino e lei non era da meno. L’uomo le chiese se quella sera fosse stata libera per cena e la donna quasi ebbe un mancamento per l’inaspettato invito. Gli rispose subito di sì. Forse avrebbe dovuto quantomeno fingere di fare un po’ la preziosa ma non voleva rischiare di perdere l’occasione. L’uomo le sorrise e tornò nel suo ufficio. Una delle colleghe più anziane guardò la scena con una certa malizia e le fece notare che il capo non l’aveva mai considerata prima di mettersi quel vestito dalla scollatura così profonda. La donna non la stette ad ascoltare, pensando che fosse solo invidiosa. Aveva un appuntamento con il capo figo e non vedeva l’ora di uscirci. Al termine della giornata lavorativa il capo lasciò sulla scrivania della segretaria un biglietto. La donna lo aprì e lesse “vediamoci alle 20.30 a casa mia, ti preparerò una bella cena”. Che galanteria! Le avrebbe preparato addirittura una cena. Tornò a casa per cambiarsi d’abito, scegliendo un vestito bordeaux, scarpe con il tacco, un profumo fruttato, un rossetto leggero e chili di mascara.

Nel frattempo, l’uomo andò nella gastronomia sotto casa per comprare del pesce. Entrò e attirò subito le attenzioni delle altre clienti. Chiese una vaschetta di fritto misto e dei gamberi in salsa rosa. Il negoziante, un signore alto e grosso con le mani grandi come padelle, aveva riconosciuto quel Don Giovanni con il quale tempo addietro la figlia era uscita, sedotta e poi abbandonata. Egli andò in cucina e si fece preparare una vaschetta di fritto misto con gli scarti di pesce che l’aiuto cuoco stava per gettare nella pattumiera. Riempì così tanto la vaschetta che l’uomo pensò pure di dover pagare di più ma il negoziate gli disse che era un omaggio. Egli, convinto che gli avesse riservato un trattamento di favore, ringraziò il negoziante e andò a casa per preparare la cena per la quale non aveva dovuto né cucinare e né pagare. Quando la donna arrivò, puntualissima e bellissima, venne fatta accomodare in salotto, dove la attendeva una bella tavola apparecchiata con candele profumate e un sottofondo di musica blues. L’uomo andò poi in cucina a prendere i piatti di fritto misto e i gamberi in salsa rosa. Appena la giovane donna si vide portare quei piatti di frittura disse all’uomo, con un certo imbarazzo, di essere vegetariana e si scusò di non averlo avvisato prima. L’uomo la rassicurò, non aveva nulla contro i vegetariani, anzi, meglio per lui visto che poteva mangiare anche la sua porzione. La donna si mise a ridere e poi l’uomo aggiunse che poteva mangiarsi tranquillamente un’insalata. Lo fissò con sguardo interrogativo mentre si alzava per andare in cucina a preparargliela. Una volta portato un bel piattone di lattuga verde scondita, l’uomo si sedette al tavolo ma si accorse immediatamente che mancava qualcosa. Non aveva preso il limone per il fritto misto. Si alzò e tornò in cucina. La sua ospite gli fece notare che a mancare fossero anche sale e olio. “Ma certo, per te questo e altro” ammiccò il capo. La donna alzò gli occhi al cielo e cominciò a pentirsi di avere accettato l’invito. Finalmente l’uomo si sedette a tavola e i due iniziarono a cenare. Le disse di avere una fame da lupi e così, dopo aver augurato buon appetito, affondò le fauci nel suo piatto di fritto misto. La donna lo guardava divorare quei molluschi impanati con ingordigia. Si sentiva quasi trattata a “pesci in faccia” però non disse nulla e dopo aver condito la sua insalatina verde iniziò a mangiare.

Dall’esofago dell’uomo scendevano boli di pesce fritto che raggiunsero lo stomaco. Laggiù, gli “addetti ai lavori”, vedevano passare davanti ai loro occhi sostanze informi e maleodoranti e si guardarono incerti non sapendo bene che tipo di cibo fosse.

“Che roba è quella?” chiese uno.

“Credo sia un bolo” disse l’altro.

“Lo vedo anche io che è un bolo, genio, ma di che cosa?”

“Non riesco a capirlo ma puzza di pesce avariato”.

“Avariato, hai detto?” l’omino lanciò subito l’allarme nel reparto e diede l’ordine di azionare le pompe gastriche. Nell’arco di pochi minuti lo stomaco si riempì di succhi gastrici per neutralizzare la sostanza nemica.

“Ma che accidenti fanno al reparto olfatto e gusto? Non la sentono ‘sta puzza?” chiese uno degli omini con l’idrante.

“Credo si siano spostati tutti al reparto riproduttivo” rispose il collega.

“Che teste di cazzo. Non lo vedono che quest’idiota si sta strafogando di pesce avariato?”.

“E che gli importa a loro, tanto ci sono sempre qua i soliti fessi a fare il lavoro sporco”.

L’uomo mangiava con avidità e la donna lo guardava con una certa nausea che la costrinse a posare la forchetta sul piatto.

“Non mangi?” disse l’uomo.

“Non ho molta fame” rispose la donna.

Egli aggiunse più limone alla frittura.

“Non sai che ti perdi”.

“Be’ con tutto quel limone non so cosa ne rimanga del pesce”.

“Ci vuole per smorzare la frittura”.

Il fiume gastrico scorreva con pezzetti di molluschi e crostacei impanati che galleggiavano verso il lungo tunnel intestinale. Tra i villi si diffuse l’allarme di non assorbire nulla di quella melma e così rimasero tutti fermi in attesa che passasse. Quando la melma arrivò, uno dei villi si ritrasse dallo spavento.

“Che orrore! Sicuro che quella cosa non la tocco”.

D’un tratto nel silenzio si sentirono delle urla. Un omino del reparto stomaco era accidentalmente caduto nel fiume gastrico e adesso si sbracciava in cerca di aiuto. I villi rimasero immobili ad assistere alla pietosa scena.

“Povero ragazzo, l’ennesimo caso di incidente sul lavoro” commentò un villo.

“Forse dovremmo aiutarlo” disse l’altro.

“Sì, dovremmo”.

Ma i due non fecero niente.

L’uomo cominciava a sudare, una gocciolina gli solcava la fronte e ricadde sulla tovaglia bianca.

“Fa un po’ caldo” disse.

La donna vedeva il suo volto sbiancare velocemente, eppure, l’uomo continuava a fagocitare frittura come se nulla fosse.

Un collega della cistifellea, saltando di villo in villo, percorse tutto il tratto digerente per andare in soccorso del compagno. Riuscì a precederlo e, scivolando sulla liana di un villo come fosse una fune, sfiorò la superficie della melma. L’omino in difficoltà si avvicinava sempre di più così l’altro gli tese la mano affinché la potesse afferrare. I villi assistevano alla scena in trepida attesa quando finalmente l’omino nel fluido maleodorante fu abbastanza vicino a quello sulla fune. Gli afferrò la mano e venne sollevato di peso. Tutti esultarono.

Quando il peggio sembrò scampato, un pezzo di totano non digerito urtò l’omino nel fiume che perse la presa del compagno. Stava per raggiungere la fine del tunnel quando un gruppo di villi più avanti gli allungarono le loro liane. L’omino, quasi affogato, trovò le ultime forze per afferrare uno dei villi e ci riuscì. Nell’intestino un boato di esultanza riecheggiò  tra le pareti. Era salvo. Nel frattempo, i colleghi del colon aprirono le valvole di scarico per far defluire la melma.

L’uomo sentì improvvisamente un movimento al basso ventre e a quel punto posò il totano che stava per mettere in bocca. Chiese scusa alla donna e si alzò dalla tavola per dirigersi velocemente in bagno. Passarono diversi minuti ma l’uomo non tornava, così la donna prese la sua borsetta e se ne andò. Dal bagno, il giovane imprenditore, incollato alla tazza del cesso e fradicio di sudore, urlò per dire alla sua ospite di non preoccuparsi e di continuare pure a cenare, ma la donna era già seduta al tavolo del suo amico Ahmed per ordinare un falafel.

“Ho una fame che nemmeno immagini” gli disse.

Quando finalmente l’uomo uscì dal bagno si rese conto che la donna non c’era più. A causa di quel maledetto fritto misto era andato non solo in bagno ma pure in bianco.

Dopo pochi minuti, Ahmed portò alla donna un falafel gigante che divorò quasi subito e, vista la sua fame, l’amico le portò pure delle patatine e un dolce in omaggio.

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