È nel momento in cui, dopo un pranzo domenicale in famiglia, ci diciamo “mi appoggio un attimo” che quell’attimo si dilata nel tempo e nello spazio.

Un po’ perché parte del nostro sangue si concentra nel complesso processo digestivo, un po’ perché ci si accoccola lentamente nell’incavo tra lo schienale del divano e il bracciolo. Affondiamo la testa nel cuscino e distendiamo le gambe per sgranchirle un poco. E lo sentiamo arrivare quel lieve torpore che quasi ci accompagna per mano.

Le palpebre si distendono lentamente abbassandosi per avvolgere, come una coperta di Linus, l’occhio sonnolento e desideroso di rivoltarsi all’indietro quasi a dire che non c’è per nessuno

I rumori si abbassano e la mente si affolla di immagini, parole, suoni, frasi; i discorsi si accavallano e le persone si trasformano, diventando volti noti e poi volti mai visti, anche se a noi pare sempre di conoscerli, e poi scene, ricordi, frammenti, colori, profumi e immagini astratte che ci sfrecciano davanti sconnesse e velocissime.

Accade che da quel lieve piegare la testa sul cuscino per prenderne la forma, con l’intenzione di rimanerci solo un attimo, veniamo gravitati in un’altra realtà, come se quella chiusura di palpebre fosse un portale spazio-temporale.

Non ce ne accorgiamo finché assopiti e cheti, su quel divano, qualcuno non ci richiama all’ordine, sollecitandoci di aiutare a sparecchiare e rompendo dunque la magia di quell’attimo in cui, quasi ingenuamente, ci siamo appisolati.

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